Il supermercato

Talmente bello è il supermercato che tutti facciamo il possibile per andarci ogni giorno.
Spingendo con una mano il carrello e tenendo con l’altra la guida degli sconti, entro con deferenza nella prima sala, dove sono esposte le opere più moderne. Sculture di plastica, di varie dimensioni, occupano gli scaffali: ogni flacone contiene all’interno un liquido di un colore diverso, in prepotenti tonalità fluo, e all’esterno porta un’etichetta che informa sul nome dell’autore. Accanto ad ogni originale c’è una sua riproduzione, ma poiché ho studiato colgo subito il sottinteso ironico della ripetizione in serie. Soddisfatta della mia cultura, passo alla sala d’arte antica: tutte le opere qui conservate suscitano in me un vivo interesse, dalle collezioni dei formaggi, alle esibizioni dei salumi, alle raccolte di agnolotti. Leggo sulla targhetta la datazione di una mozzarella e, curiosa, mi informo sulla tecnica di stesura di una zuppa di verdure, quando un brontolio mi avverte che ho fame. Mi dirigo allora nella mia sala preferita, il “Dolce informale”, dove si trovano i capolavori dell’arte di consumo. Ebbra di contemplazione, vago come ipnotizzata tra le confezioni di cornetti e le scatole di cereali. Caramelle, torte, muffin e ciambelle; smarrita mi guardo intorno, perché tutto vorrei comprare e tutto vorrei mangiare, ma per fortuna l’insorgente crisi isterica è sventata dall’improvvisa visione di una nuova creazione. Un signore, il busto inarcato in deforme torsione, affonda la testa nella vasca dei surgelati; chiaro esempio di statua vivente, il Fenicottero a pesca esprime forse la ricerca disperata dell’uomo moderno dopo la morte di Dio, costretto a cercare un senso nelle basse regioni degli inferi.

 

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La mia interpretazione mi sembra tutto sommato convincente; contenta d’aver compreso finalmente l’arte concettuale, rifletto sull’importanza delle discipline umanistiche nella vita sociale, e penso che in una bella giornata di sole come questa nulla c’è di meglio al mondo che gironzolare tra i banchi del pesce. Di punto in bianco sento un trambusto provenire dall’aerea “Precotto astratto”; con interesse mi avvicino e vedo una folla che si accalca intorno ad un celebre esponente della culinary art. In piedi sul bancone, l’artista va descrivendo le sue ultime meraviglie: gamberetti in crema di rafano adagiati su un letto di germogli di lattuga; coscia di anatra allo zenzero con spiedini di kumquat ai profumi d’oriente; raviolo di fragole con spennellata di salsa tzatziki. Saranno i germogli o lo tzatziki, ma all’improvviso accade che mi viene da ridere. In gran fretta mi allontano e prima che possa rendermene conto finisco nella sala “Mutamenti surrealisti”. Ahimè! Un pollo su pattini rosa spinge una vecchietta su un carrello, mentre una trota col bavaglino insegue saltellando delle polpette di zucchine. È troppo per me; di corsa mi dirigo verso l’uscita, aggirando un’alleanza femminile che, guida degli sconti in mano, protesta a gran voce contro la violazione dei diritti. Trovo l’umile cassiera in un bagno di sudore; raspando con difficoltà nel forziere, cerca invano di sollevare ramate monetine che, immancabilmente, le scivolano giù dagli artigli. Mi rammento allora di un mutilato conosciuto ai piedi di una chiesa; apprezzo l’idea di un’arte povera interattiva e, arrivata di fronte alla pozza di sudore, lascio cadere anch’io, giovane mecenate, uno spicciolo tra i moncherini.
E. V.

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Le Poste Italiane

Sospese tra la vita e la morte, incerte presenze umane popolano le terrificanti Poste Italiane.
Non
 ho neanche finito di chiudere la porta che subito vengo investita dal puzzo di cadavere. Con un balzo scavalco un corpo in decomposizione e un po’ sperduta mi guardo intorno; un volto marchiato da occhiaie nere capisce il mio disagio e, con una voce che già proviene dall’oltretomba, mi parla di un mostruoso dispositivo sputa-foglietti. Vedo il marchingegno in fondo alla sala, ma resti di scheletri rendono arduo il cammino; bianca dal voltastomaco procedo tuttavia, tra sciami di mosche e colonie di vermi, e finalmente giungo all’apparecchio, ma ahimè! Non parole: graffi e morsi vi sono brutalmente incisi sopra.

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A questo del tutto impreparata, inizio a singhiozzare, quando un gentile lebbroso mi viene in soccorso e, spiegatigli i miei umili fabbisogni, mi indica quale segno animalesco selezionare. Resa audace dalla vittoria, alzo gli occhi sullo schermo, ma con angoscia vedo una serie infinita di turni precedere il mio. Un brusìo si diffonde nel lazzaretto, e parla di me, l’ultima arrivata, con il fatalismo e la compassione con cui si suole trattare una sentenza capitale. Infastidita, poiché ho ancora forte l’illusione di arrivare allo sportello, non mi muovo di un passo e continuo imperterrita a fissare lo schermo; ma presto i minuti diventano ore, e immobili restano i numeri sul visualizzatore. Alla mia sinistra un corpo femminile inizia a liquefarsi, emanando un fetore di plastica bruciata; a destra un uomo-quercia dà acqua alle gambe; un tisico spira bestemmiando il giallo tricolore. Per fortuna qualcuno muore prima che sia giunto il suo turno. Mentre affascinata esamino un raro caso di ibrido, cercando di capire dove finisca l’uomo e dove inizi il sedile, un bip richiama la mia attenzione e, con palpitante meraviglia, vedo che finalmente è uscito il mio numero. Rallegrata, passo ora volando sul tappeto di cadaveri e sorridendo mi presento allo sportello, ma ahimè!!! Gli impiegati, purtroppo, non parlano nessuna lingua, e comunicano con i clienti tramite gesti selvaggi e gutturali versi. Sbigottita, ben presto mi rendo conto che il linguaggio gestuale ha un grosso limite: non possiede, infatti, i tempi dei verbi, avendo, povera me, soltanto il presente. Sconvolta da tanta ignoranza, deliberato oltraggio dopo sì lunga attesa, decido di ribellarmi all’ingiusto sistema. Volto le spalle allo sportello e con eloquenti parole accendo negli animi il fuoco della rivoluzione; sradico con violenza l’uomo-quercia da terra e, tra i nitriti di terrore emessi dagli impiegati, ordino all’ibrido la barbara distruzione dello sputa-foglietti. Chiamo a raccolta poi le mosche e i vermi e scuoto con impazienza i morti dal pavimento; alta la sciarpa, rosso vessillo, capeggio la ressa ed esorto a gran voce gli zombie alla guerra.
E. V.

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Il medico di base

Tutti, ahimè, prima o poi finiscono dal medico di base.
Con indosso
 un maglione in piena estate, battendo i denti e frizionando le mani, suono il citofono e attendo controvoglia l’apertura del portone. Pensando che almeno non ci vorrà molto tempo, salgo le scale tra sbuffi e starnuti, ma quale stupore mi colpisce quando, ormai pure asmatica e tachicardica, entro con affanno all’interno dello studio. Invece del silente deserto mortuario che, in verità, mi aspettavo, trovo infatti l’allegra spensieratezza di un centro ricreativo. Una folla di anziani occupa la sala, ridono e schiamazzano, e tutti si chiamano per nome. Si respira insomma un’aria di vacanza, in un’assenza nondimeno di stagioni. Chi legge il giornale; chi fa l’uncinetto; chi risolve cruciverba; chi gioca a carte; c’è anche chi, con previdenza, organizza un rustico desinare.

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Mentre confusa mi guardo intorno, mi avvicino ad un signore per chiedere informazioni, ma vedo che è impegnato in un certosino lavoro di pulizia dentale. Non volendo disturbare tanta concentrazione, mi giro da un’altra parte, ma ecco che un senile braccio mi afferra e con forza erculea mi costringe a sedere. Una dolce vecchietta mi guarda sorridendo e mi chiede se sia nuova, perché non mi ha mai vista, ma prima che io possa aprire bocca, tira fuori il rosario da una tasca e, commossa, inizia il racconto delle sue disgrazie. Sono appena arrivata alla strage dei nipotini, quando nel discorso si intromette il signor dente che, variando di genere, dà il via ad incredibili avventure ospedaliere. C’era una volta un morbo di nome Parkinson; con sputi e parole descrive un mondo incantato, in cui la passeggiata da urina notturna ha le difficoltà del Cammino di Santiago e la visione degli operai al lavoro la forza estatica di una rivelazione. Patologie talmente numerose mi fanno stupire che sia ancora vivo e domandargli perché non si sia già ammazzato; ma lento in cerchio oramai deambula, né può rispondere più: a testa bassa, le mani dietro la schiena, va ripetendo da capo le stesse parole. In breve io e il signor dente veniamo accerchiati: un’attempata ressa si accalca, ora per sentire, ora per polemizzare, ora per introdurre i propri sciagurati casi. In una babele di dialetti si parlano l’uno sull’altro e ne viene fuori una bizzarra melodia, stranamente unisona, che parla di malattie, decessi e strabilianti peripezie. Streghe, mi pare, elogiano prodigiosi medicinali, o elencano i benefizi della cura termale; improvvisati chimici analizzano sballati valori; colleghi ingegneri scrutano lastre al sole. Mentre una nonna mi ficca in gola una merendina e un cadavere insiste a farmi auscultare i polmoni, d’un tratto entra nella sala zoppicando il dottore. Per anni il più grande, il gentile vecchietto si avvicina a tutti a stringere la mano; da uno afferrato, dall’altro sorretto, debole avanza tra ovazioni ed applausi. Pensando con sollievo che finalmente avranno inizio le visite, faccio per scrivere il mio nome sulla lista dei pazienti, ma mi accorgo con orrore che sul foglietto c’è un solo nome: quello del dottore.
E. V.

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Kiko

Quando vedi una donna davanti al suo specchio ti rendi veramente conto che è un macellaio.
Caro Jimmy, questo vale per
noi che urtiamo contro le porte quando ci spostiamo nello spazio; noi che sbatacchiamo creme e ombretti, ma il più delle volte li frantumiamo per terra; noi che ci tingiamo il viso con le strategie tribali degli indigeni dell’Amazzonia. Certo non vale per le make-up artist, diafane creature dal tocco d’argento, che con leggeri tratteggi e parche lumeggiature modellano zone d’ombra e definiscono motivi ornamentali di rara bellezza.
Per fortuna
c’è Kiko.
A noi Kiko ha risolto molti problemi; per esempio l’indiscutibile realtà del marchio unico ci ha permesso di eludere l’infelice scambio Di quale marca? – La più economica.
Accade però che una certa ansia permanga ugualmente prima di entrare nel negozio. Bisbigliando le tre regole per mantenere saldo il controllo (Non toccare, Non scherzare, Apparire disinvolta), trapasso la soglia come un condannato a morte. Pochi passi e non ho ancora rovesciato uno scaffale, né investito una donna incinta; la commessa non ha ancora fiutato in me il puzzo di un’impostora. Mi sento quasi a mio agio, adesso, e con la baldanza dell’intenditrice avvicino il naso alle etichette dei prodotti. Ma quale scoperta. Laddove mi aspetto di trovare intellegibile idioma scorgo i segni oscuri di un linguaggio cifrato. Cerco di mantenere la calma, pensando che, dopotutto, deve esserci un codice di decifrazione; ma incauto scende un rivolo di sudore dalle tempie, e mi smaschera. Damascati occhi, colmi di profondità egizia, spiano la lenta discesa di una goccia: è la commessa, che con fare compassionevole avanza e, prestandomi l’indulgenza che si usa con i bambini e con i dementi – Posso aiutarla? Che fondotinta cerca? , mi rivolge la fatale domanda: Come lo mette? Smarrita, infrango imprudentemente la seconda regola, portando, irriverente, un rozzo ghigno nel tempio della bellezza: Come quando mi insapono la faccia. Ahimè, una vibrazione agita le lucenti ciglia, un tremore intacca l’impassibilità del volto; un labbro le si arriccia in un’espressione di disgusto. Mi concedo la sofferenza che nasce dall’umiliazione. Ma la bella Cleopatra alla fin fine non ama le morti violente: seducente, mi invita ad accomodarmi su una poltrona.

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Come maga tra incantati filtri, prende tra i flaconi un tubicino e con un pennello inizia a stenderne il contenuto sul mio viso. Strato dopo strato, ho sempre più l’impressione singolare di un tessuto sulla pelle e ogni pennellata sembra riportarmi indietro nel tempo, cancellando secoli di umanità; d’improvviso si schiudono e mi divorano le mascelle della storia e io corro incontro all’albore dei tempi, fino a che viva, sotto un fascio di bende, comincio a prepararmi alla mia morte, in un lento processo di mummificazione. E quanto più il mio corpo si irrigidisce in una postura imbalsamata, tanto più i miei ricordi si disfano in un dolce e triste oblio dell’anima. Ma di colpo uno squillo mi vieta l’aldilà: l’anima ricade con violenza nel corpo e ripercorre all’inverso i secoli, fino ad essere scaraventata nel placido presente di Kiko. Penso con sollievo alla gioia del ritorno quando, ahimè, vedo aggirarsi tra gli scaffali uno spaventoso relitto dell’antico Egitto. Soffocando un grido di terrore, raccolgo le forze per guardare meglio e mi accorgo con stupore che è solo la donna del ventunesimo secolo, la cui botulinica paralisi facciale e l’artefatto color carbone mi hanno tratta per un momento in inganno. Grata sospiro e, con la fretta con cui si esce da un incubo, pago rapidamente il conto ed esco, stretta al petto la mia nuova boccetta di inchiostro diluito, elisir di lunga vita.
E. V.

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O Eléctrico

Per chi vive a Roma la lotta alla sopravvivenza che avviene all’interno dei mezzi di trasporto pubblici è cosa nota. Ogni giorno, munito di zaino e ombrello, rispettivamente scudo e spada, il comune cittadino affronta con coraggio le dolorose peripezie che la città gli tributa.
In principio, giusto per riscaldarsi, c’è L’infinita attesa: essa ha il compito di forgiare la pazienza, educare l’ansia, ampliare la mente. Questa prima prova è individuale: solo nella sua solitudine, il cittadino impara ciò che è reale e ciò che non lo è. La città, infatti, si diverte a mostrargli convogli fantasma, che appaiono e all’improvviso scompaiono per la strada; strepiti metallici che sembrano avvicinarsi e invece si allontanano, quando non esistono. Giacché, purché si sappia, agli scherzi della città bisogna aggiungere gli scherzi che l’immaginazione fa al povero cittadino: allucinazioni visive, uditive, olfattive si susseguono una dopo l’altra, corpose, dolorose, illusorie. Il cittadino impara a conoscere la misura dello spazio, lo spazio di qua e lo spazio di , lo spazio del mondo e lo spazio della mente. Ma scopre anche l’ambiguità e la profondità del tempo, la sua circolarità inconcludente, le sue svariate dimensioni: l’autobus passa e non passa nello stesso momento; io sono qui da un minuto e dall’origine dell’universo. Al pari, fa esperienza empirica del vuoto, del nulla a cui guarda l’esistenza; ma se riesce a sollevarsi da questa mera situazione terrestre, se riesce ad uscire dal proprio sé e a raggiungere un punto di vista extraumano; se riesce ad unire alla ragione la fede, superando i limiti insiti nella nostra natura, allora, dico, allora, può raggiungere altezze empiree, può sollevarsi fino a Dio. Il godimento estatico che segue alla visione e alla comprensione del mistero persiste per un certo tempo come emozione nella memoria. In un’ondata di piacere il cittadino può guardare adesso, pacificato e sorridente, le persone intorno a lui e capire che non c’è alcuna differenza tra loro e lui, e provare amore per questo, amore per loro. È molto importante questo insegnamento perché la seconda prova è sociale, anzi, politica: La solidarietà nell’alterità. Voglio prima però fare una precisazione: non tutti superano la prova de L’infinita attesa; alcuni perdono la ragione, altri subiscono un’involuzione bestiale, altri ancora si trasformano in esseri prelogici, vegetali. Si parla anche, sottovoce, di suicidi.
Ma passiamo oltre. La seconda prova, dicevamo. La prima cosa che bisogna fare è imparare a non uccidere. L’autobus arriva, carro bestiame, carro funebre, carro pestilenziale, ma dentro non c’è spazio, né ci sono individualità distinte: un’unica grande massa, sudata e viscosa, occupa l’interno. Non ci sono gambe o braccia, ma un’unica gamba, un unico braccio: un unico volto. Il cittadino scopre allora l’elasticità e la duttilità del proprio corpo: che ci sia freddo o caldo fuori non ha importanza; all’interno la temperatura supera sempre gli 80 gradi e questo permette alle membra del cittadino di liquefarsi facilmente, di impastarsi e fondersi con le membra altrui, per formare un’unica grande massa. Il cittadino deve riuscire allora a non usare scudo e spada, ma combattere sia contro il dolore (perché non tutti i corpi riescono a sciogliersi e ad amalgamarsi perfettamente, perciò permangono qua e là spigoli appuntiti) sia contro il vomito (l’odore è forte ed acre) sia contro l’impulso istintivo di rivolere indietro la propria individualità corporea. Deve cercare di non staccarsi dalla massa anche per cause esterne: voragini e gorghi si aprono per le strade della città eterna e staccarsi in questi frangenti significa cadere, e cadere significa morire.

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Generalmente l’unica grande massa riesce a restare compatta ma, ahimè, pochi sopravvivono alla terza e ultima prova: Il guasto. Il buon cuore del cittadino non regge quasi mai alla rottura dell’autobus nel bel mezzo del caotico traffico romano. Al pensiero di ripartire da capo (sguardo retrospettivo sulle prove trascorse) la mente vacilla. E quando il monatta incita l’unica grande massa a scendere, i sentimenti esplodono. Sono leggendari i bagni di sangue romani. Ogni giorno muoiono centinaia di persone e di notte, passando per i Fori Imperiali, si odono ancora gli echi dei feriti e degli uccisi.

Orbene, detto questo, per una romana di Roma prendere un mezzo di trasporto a Lisbona, sia pure il famoso 28, dovrebbe essere una passeggiata. Così pensavo io, sorridente e baldanzosa, mentre uscivo di casa. Ahimè, come mi sbagliavo.
L’attesa qui non è L’infinita attesa: è La fine di tutti i tempi. Mentre il sole via via tramonta e i miei occhi, le mie mani, invecchiano miseramente, io non sono più certa di esistere. Non voli pindarici né regressioni animali sono possibili in quest’universo muto, morto, distrutto. C’è il silenzio che segue a un bombardamento nucleare, la luce livida dell’apocalisse. Non pianta, non fiore né minorato essere deforme: divengo un qualcosa d’irreale. E come cosa irreale salgo sul 28 che, miraggio o forse no, sbuca alfine dall’angolo della strada. Posso ancora pensare, un poco, ma non pensieri, stupore si affaccia alla mia mente. L’Eléctrico non è un carro bestiame, è un carro infernale; e Satana in persona lo dirige. Non una massa informe, ma individui non saldati, appiccicati sì, ma non saldati (di modo che io possa vedere ancora i loro volti), lo abitano. Con portiere aperte e vento infuriato a sconquassare i vetri, l’Eléctrico parte con la sua corsa pazza, sfrenata, omicida. Non pensavo che avrei mai fatto esperienza del Nottetempo di Harry Potter. Paralizzata, ora mi rimpicciolisco ora mi amplifico, perdo prima in profondità poi in altezza, perché questo fa l’Eléctrico: cambia forma a seconda degli ostacoli che incontra, e i passeggeri mutano con lui. Ora schiacciata contro i sedili, ora scagliata contro i finestrini, in pari tempo mi muovo verticalmente: il mio corpo sobbalza e tutte le mie membra saltano all’incontro con le buche, le asperità e i dossi del terreno. Salite e discese da montagna russa non fermano neanche per un istante l’oscillazione obliqua, il perenne cullare marittimo, che dondola questa barca di naufraghi. Voglio vomitare e voglio scendere oppure Dio vorrei morire, vorrei morire subito. Cerco conforto negli sguardi altrui ma cosa vedo, cosa vedo? Volti non umani, diabolici, con denti bianchi su gengive rosse: sono risate, risate infernali. Anime di dannati traghettate sul fiume Tejo; tutti ridono, si divertono, anche il diavolo ride, si diverte, e suona ininterrottamente la campana, la campana della mia morte, e lancia battute e grida e saluta i passanti e ride ride ride. Atterrita, non riesco a muovere un dito: ho paura. La velocità della corsa crea uno strano effetto di immobilità adesso: esiste solo quest’inferno, che ha la durata e la tragicità dell’eterno. Ma perfino nel Tartaro c’è pietà. Al principio di un attacco di panico il 28 si ferma, scaraventando fuori noi reprobi. Con gocce di pianto che scendono dagli occhi bacio tremante la terra, quella terra ostile che mi ha offerto così incurante all’inferno.
E. V.

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La palestra

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A quanto pare le usanze sono cambiate. Non vige più l’abbonamento mensile, annuale o trimestrale che si usava nell’età della pietra: oggi paghi l’ingresso giornaliero quando vai in palestra.
Con scarpe comode e bottiglia d’acqua in mano mi incammino titubante nella selva delle forme umane. Il percorso per arrivare al primo strumento di utilizzo, primo da un punto di vista esclusivamente spaziale, è piuttosto accidentato: ominidi legati a torchi di ferro mi impediscono il cammino, resti di metallo mi intralciano la strada, liane di acciaio pendono dal soffitto. Zigzagando tra oggetti animati e non, mi accosto timidamente a una macchina di tortura. Non sono certa di come si utilizzi per cui inizio a guardarmi intorno, pensando o di arrivarci intuitivamente, per imitazione altrui, o di chiedere umilmente aiuto. La scena che mi si para davanti però mi fa improvvisamente indietreggiare: un bipede rinchiuso in una gabbia spinge furiosamente le sbarre in avanti, ruggendo e sudando. Mi giro sulla destra: un corpo agonizzante solleva delle piastrine di ferro e mi guarda, mi guarda, con gli occhi rovesciati all’indietro. Tremando, mi giro da un’altra parte e vedo poco lontana da me, sulla sinistra, una spogliarellista (credo) che si rotola su un tappetino: quello so farlo anche io! Gongolante, appena la vedo alzarsi mi precipito su quel lembo di plastica ma, ahimè, ero ancora ignara delle leggi della giungla: un gorilla (femmina?) si butta a pesce sul tappetino e mi guarda vittorioso (a?) con un ghigno che gli (le?) scopre apertamente il rosso delle gengive. Sono indignata! Rossa di vergogna e di rabbia, volto le spalle al gorilla e mi incammino a passo di marcia verso il centro della sala: ma quale spettacolo mi si para dinanzi! La varietà della natura mi investe con tutto il suo ambiguo fascino. Vedo dapprima una donna-gazzella saltare, priva di grazia, su un podio a scalini; subito dietro un uomo-pitone strisciare su una parete di specchio; accanto all’uomo-pitone un uomo-toro che scalcia indemoniato verso un muro di ferro. Lo ammetto: sto per scoppiare a piangere. Tutta la baldanza di poco prima si è spenta di fronte alla crudeltà e alla ferocia che questo mondo mi getta in faccia. Remissiva, a capo chino, sono già pronta ad offrirmi come vittima sacrificale, come pasto atto a saziare il grosso intestino di questi animali selvaggi. Ma trovo lodevole fare un ultimo tentativo, perciò mi avvicino a quello che pare essere lo strumento più inoffensivo (come mi sbagliavo!): un tappeto che dà l’illusione della corsa stando fermi. Ci metto molto a capirne il funzionamento ma alla fine riesco ad azionarlo; partecipe di quella lotta alla sopravvivenza, mi sento ora meno timida e meno sola: il mio grasso corporeo si muove a tempo con il grasso altrui. Su, giù, di là, di qua, le parti del mio corpo si scontrano tra loro, e urtano con l’esterno: non sapevo che esistessero tanti muscoli in un corpo umano. Sudata, ansimante, sto per svenire: spengo la macchina e mi getto a terra. Proprio mentre sono certa di spirare, una carica adrenalinica s’impossessa del mio organismo: balzo, felina, in piedi, mi guardo, superba, intorno: fisso la mia meta, mi faccio largo tra le forme, vedo un impostore-oppositore-ladrone con il mio stesso proposito. Non ci penso neanche un minuto: mi lancio sull’attrezzo, lo afferro e lo stringo fino ad abbracciarlo, giro la testa e, occhi in fuori e bocca aperta, faccio un ruggito tale da far incrinare i vetri delle finestre. L’impostore-oppositore-ladrone indietreggia; tutti gli esseri antropomorfi si abbassano e si fanno piccoli. Senza saperlo, ero diventata la nuova regina.
E. V.

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