L’amore

Bella è la vita quando si torna dal mare.
Non
riesco a smettere di pensare a quegli occhi da pirata e, trepidante di gioia per l’appuntamento di stasera, mi vado a preparare, progettando già una casa tutta colorata, e figli, nipoti, cani, gatti e criceti. Cantando sotto la doccia, sogno il mio abito da sposa, quando per sbaglio mi taglio con la lametta: una microscopica ferita e mi ritrovo nel bagno di una suicida. Gocciolando saltello fino al letto, ma aperto l’armadio scopro che non ho niente da mettere. Mi specchio e mi rispecchio, e così intenta a criticare il grasso, non mi accorgo in un primo momento del mostruoso rossore sul mio volto. Strillando, mischio creme e fondotinta, inutilmente: è un’ustione. Al suono del citofono rispondo che scendo, quando ancora in mutande vado ad asciugare lo smalto col phon.

phon
Tuttavia
 l’operazione richiede troppo tempo: monca, con piedi e denti mi vesto. Riacquistato l’uso delle mani, ripasso il trucco da capo; arriccio poi una ciocca, mentre cerco una scarpetta rossa; finalmente chiudo la porta (chiudo e riapro, riapro e chiudo la porta) e scendo le scale allegra e contenta, ma quale delusione quando esco dal portone. Mi disturbano i capelli, e l’aria soddisfatta; ora è troppo disinvolto, ora troppo impostato; lo ricordavo più alto e sì, magari non è poi tanto bello, ma ha la virtù di farmi ridere, e ciò basta a farmi innamorare. Arriviamo al ristorante mano nella mano, e all’idea di mangiare si moltiplica la mia allegria, malgrado, ahimè, stia parlando di calcio.
Oh, come è bello chiacchierare, o guardarsi negli occhi e non parlare; una nuvola di malinconia piano piano si affaccia, in un’angoscia indefinita, non del tutto ingiustificata. Invece di stare ad ascoltare mi vorrebbe baciare, ma ahimè, è troppo imbranato per poterci provare; non gli piace andare a ballare, eppure la sera non ha di meglio da fare; ama lo scherzo, ma su di sé non sa ironizzare: triste penso che non lo potrò mai amare. Non si accorge del mio cambio d’umore e continua a parlare, la mia depressione intanto si fa esistenziale; mando un sospiro, che prende per lusinga: con melliflue parole inizia una sdolcinata dichiarazione. Orrore! Da indifferente a insofferente, divento piano piano intollerante; non trattenendo più il fastidio, al suo borioso pavoneggiarsi perfida rido.
Per
 recuperare ostenta adesso una passione per la lettura, e recita nobili versi frammisti a spazzatura.

uomo

Mi assale una stanchezza così vacua e sconsolata che mi è impedito persino il sarcasmo; per inerzia l’ascolto, finché non rivela una grettezza tale che, già volgare a possedere, trovo indecente esibire: scosso il senso morale, crolla di botto il mio ideale. Mi concentro sulla sua pelle, per salvare almeno l’attrazione sessuale; ma è tardi ormai per la vita reale.
In
 un attimo mi ritrovo in un mondo tutto fatto di colori; lassù, sopra l’arcobaleno, volano uccelli blu, e nuvole rosa si inseguono su campi dorati. Tra le spighe c’è uno spaventapasseri parlante, infelice perché non ha il cervello; diventati amici, insieme vagabondiamo tra alberi di mele, papaveri e lillà. Siamo quasi giunti alla Città di Smeraldo quando una pedata mi riporta alla realtà. Sfumano i colori e il mondo si tinge di un grigio uniforme; smarrita, fisso l’opaca figura che ho di fronte: non so chi sia. Non sembra di latta, né è un leone; dissimulando gli sorrido, mentre scavo nella memoria in cerca di un appiglio. All’improvviso ricordo un pirata in riva al mare, e il balbettio innamorato di una sirenetta che oh mio Dio, sono io. Non ci penso un secondo: fingendo di andare al bagno, veloce scappo.
Fuori imperversa una bufera; rosse unicamente le scarpette, entro, trascinata dal vento, nel vortice incolore, io libera e sola per sempre; come una lacrima una foglia grigia, sigillo alla mia passione.
E. V.

foglia

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La spiaggia

Bella sembra la vita quando si va al mare.
Occhiali da sole e infradito, mi precipito verso un lembo di spiaggia ancora vuoto, evitando con cura gli arti che qua e là affiorano sulla superficie. Con precisione chirurgica stendo il mio telo, studiando la posizione del sole; con leggeri colpetti sposto poi al di fuori del perimetro di stoffa gli ultimi granelli di sabbia rimasti. Crollo seduta. A gambe incrociate, svuoto l’intero contenuto della mia borsa e, come archeologo o insano collezionista, dopo aver scrutato attentamente ogni oggetto, lentamente lo rimetto a posto. Lascio fuori soltanto l’olio, con cui mi ungo tutto il corpo. Vedendomi così oliata, a una cinese viene subito voglia di massaggiarmi; con gentilezza oppongo il mio diniego e le indico una ragazza più lontana, a cui sudore e trucco sciolto hanno dato ugualmente un unto aspetto. Accanto a me, invece, una signora tenta di realizzare una maschera da geisha con la crema solare; a destra, un orco dal villoso petto tracanna rumorosamente una birra, inframmezzando l’azione con un rozzo intercalare.

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Decido allora di sentire la musica, ma neanche ho messo le cuffiette che vengo investita da una tempesta di sabbia, turbinoso passaggio di un venditore ambulante. Poiché soltanto la letteratura fa di me un essere ragionevole, scongiuro l’ira tirando fuori con prontezza un libro. Sono alla terza riga quando degli infanti si mettono a frignare; quanto più le urla si fanno stridule e insistenti, tanto più mi guardo intorno alla ricerca di un bazooka. Pensando all’inconvenienza di un omicidio in pubblico, di nuovo mi calmo e, giratami a pancia in su, mi predispongo a prendere il sole. Ma il sole se ne va. Sull’orlo di una crisi di nervi mi alzo, risolvendo infine di fare un bagno. La sabbia però scotta e, più che fachiro sgraziato canguro, corro a scatti sui carboni ardenti, sostando ad ogni spicchio d’ombra che incontro, quand’anche volesse dire calpestare delle teste. Giunta alla riva, con cautela intingo nell’acqua fredda la punta del mignolo, da cui immediatamente partono, espandendosi, unti cerchi concentrici. Con senso di colpa penso all’inquinamento, quando degli schiamazzi mi distraggono: alcuni ragazzi giocano a calcio, ridacchiando; in cagnesco li guardo, giurando eterna maledizione al solo avvicinarsi del pallone. Dopo molto tempo l’acqua bagna finalmente il mio ombelico; conto un’altra volta le ore trascorse dall’ultimo pasto e rifletto sulla possibilità di buttarmi. Con ancora un po’ di paura, tuttavia eccitata dalla mia audacia, mi immergo, ma ahimè, dimenticavo che non so ben nuotare: annaspo e, pur muovendo braccia gambe e collo, invece di salire piano piano affondo. Stupefatta, riesco ad arrivare ad una secca; per l’affanno il cuore sembra volermi uscire dal petto, ma presto si ferma, inerte, al sopraggiungere di un perizoma leopardato. Uomo-scimmia, con infervorati gridi allunga su di me la sua zampaccia; l’olio però, come acqua santa, rende la mia pelle incredibilmente scivolosa: agile anguilla, sguscio via così dalla sua presa. Tuffo dopo tuffo, mi sento sempre più una sirenetta, tanto si è evoluta la mia tecnica subacquea; ora stella, mi riposo un poco, e penso alla bellezza di una vita in fondo al mar.

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Così trasportata dalle onde, mi allontano di qualche miglia dal mio telo; presto non so più dove sono, ma sento che non ha importanza e, felice, continuo a farmi cullare, finché non vado a sbattere contro uno strano animale. Pelle liscia, più della mia, mi mostra le zanne e gonfia con orgoglio i pettorali. Possiede il linguaggio, seppur primordiale, ma con quale fatica dà mostra di pensare! All’inizio è un delizioso trastullo sondare le sue capacità mentali; poi mi stanco e mi allontano. Tuttavia non riesco a schivare un gracile giovane che lesto si avvicina a commentare. Pretesto è la battuta, ma poiché non desiste al mio seccato bofonchiare, passivamente mi metto ad ascoltare. Dice che il sole è caldo, e mi chiede, in acqua, se voglio fare un bagno; decido allora che dolce è lasciarmi affogare, ma neanche questo permette il buon Dio. Un’onda improvvisa mi riporta a galla e con violenza mi scaraventa sulla battigia. Arenata, intravedo tra le palpebre semichiuse lo scintillio di un orecchino d’oro; pensando che ho sempre avuto un debole per i pirati, afferro il braccio tatuato che mi viene in soccorso…

CONTINUA

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La metropolitana

Ho sempre paura quando prendo la metro.
Aprendo
un varco tra la calca, percorro la banchina in tutta la sua lunghezza e, calcolando i punti d’apertura delle porte, mi fermo là dove c’è meno affluenza. Impietrita sulla linea gialla, a me si accosta una nera figura ma, scorto in tempo lo scintillio del canino, gli punto al petto l’aglio e il crocifisso.

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Tornata immobile, quasi non respiro; una volta protestavo se c’era un ritardo, adesso se c’è un guasto o uno sciopero fisso in silenzio i binari, desiderando il mio corpo sotto la metro. Disgraziatamente qualcuno si butta davvero. Sospese le corse, ci fanno uscire dalla stazione, ma poiché non ci sono navette sostitutive, e sappiamo d’altronde che gli autobus non esistono sul serio, aspettiamo avviliti in mezzo alla strada, morti viventi sui marciapiedi. Finalmente riaprono i cancelli, ma ora il biglietto va proprio comprato perché, spaventosi alla vista, si manifestano ai tornelli i militari. Subito però si rivelano innocui: irrazionali, ma del tutto docili. Daccapo ai binari, ritrovo il punto precedentemente scelto, ma ahimè, un signore, barba lunga e tratti orientali, posa incurante una valigetta; è solo un momento: si apre l’Inferno sulla Terra. Tutti iniziano a gridare e di corsa a scappare; perduto il sangue freddo insieme col senno, sono come una mandria di buoi impazziti: travolgono i lenti, calpestano i caduti, e fanno più morti e feriti di un vero attentato.
Scoperto 
falso l’allarme, ricomincia il passaggio ai tornelli: chi li scavalca, chi ci passa sotto, i militari intanto dormono. Scendiamo di nuovo i gradini (le scale mobili, ahimè, non funzionano) e, giunti alla banchina, muti aspettiamo. Incredibilmente arriva la metro: si riversa la folla al suo interno e in ogni vagone siam più di cento; un gomito nel fianco, un ginocchio sullo stinco, uso come sostegno la scapola del mio vicino.
Corre 
la metro nell’oscurità e, luce intermittente, porte aperte, sembra puntare all’aldilà. Improvvisamente si ferma: che sia un’avaria o un altro suicida? Ahimè, è molto peggio: spunta un tratto di acquedotto risalente al terzo secolo avanti Cristo.
Le
 donne piangono o ridono isteriche; bestemmiano gli uomini e vogliono sangue; temendo per la vita, il conducente si chiude ermeticamente nella sua cabina. Uscendo dai vagoni, tutti aguzzano lo sguardo. Alcuni distinguono una figura muoversi nell’ombra; si paventa il Basilisco, invece è il Ratto il re del sottosuolo.
Marcia 
sulle rotaie l’orrenda fiumana; alti i fuochi, forti le grida, pare di stare tra gli antichi romani durante l’assedio di una città etrusca. Ma non c’è coraggio, solo disperazione, e ahimè, nessuno leggerà di noi sui libri di storia.
E. V.

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Il Policlinico

C’è un luogo, nascosto nei meandri della città eterna, da cui nessuno ha mai fatto ritorno. Oscure leggende si tramandano di generazione in generazione; si narra, infatti, che rinchiuso in un intrico di gallerie stia un mostro con il corpo di un uomo e la testa di un toro.
All’ingresso si raduna una folla di anime in tormento: Minosse giudica e invia ognuno al cerchio della propria punizione. Siccome i tempi quaggiù sono eterni, ho modo di pensare lungamente alle conseguenze delle mie azioni: per aver aperto una scatola di tonno con distrazione, eccomi finita nella valle del dolore. Giunto il mio turno, confesso anch’io il mio grave errore; tre volte si attorciglia la coda attorno al corpo: è il castigo, ahimè, del labirinto.

20170706092139_00002-001Poiché non vedo il filo di lana, né i sassolini o le briciole di pane, decido di seguire il percorso indicato dai mozziconi di sigaretta; cicca dopo cicca arrivo infatti ai sotterranei.
Con coraggio, misto a rassegnazione, scendo le scale, illuminando con l’accendino i miei passi; via via che procedo i corridoi però si fanno sempre più bui e stretti: si accentua di pari tempo il mio terrore. Temendo ad ogni svolta il Minotauro, cammino rasente le pareti, finché una luce non illumina una porta; la credo l’uscita, ma sbaglio deduzione: qui si effettuano i sacrifici umani. Arretrando, mi imbatto in alcuni prigionieri; muti e rannicchiati, si stringono con le braccia le ginocchia al petto, lo sguardo perso: della cella hanno fatto già il sepolcro. Vado avanti e nell’oscurità intravedo, ferma ad un bivio, la fantasmatica sagoma di un medico. Che sia sogno o illusione, mi affretto ad inseguire la bramata apparizione; ma svolta a destra, corri a sinistra, presto scompare dalla mia vista. Di qua di là, gira e rigira, accade che invece di avanzare mi pare di tornare sempre allo stesso punto. Allarmata mi guardo intorno, e all’improvviso non solo non mi oriento, ma smarrisco anche ogni punto fermo. Subentra il peggio; in poche parole: mi perdo.

Addio giorno, aria, vita, addio ogni speranza. Sepolta viva, anzi murata, vado ripensando alla mia vita e, piangendo, maledico il sangue che ancora sgorga a fiotti dalla ferita. A distrarmi interviene un rumore: irrompe infatti un vario gruppo di persone. Un vecchio pedina una bella infermiera, una ragazza rincorre un professore; chi va alla ricerca di un farmaco, chi di un bisturi, in mezzo a tutta quella confusione d’un tratto riconosco il mio dottore. Cercando stavolta di non perderlo, riparto subito all’inseguimento, ma apre nel muro un passaggio segreto e di nuovo sparisce. Sono sul punto ormai di impazzire, quando noto una pietra sul pavimento. Tirando con forza, la sollevo: in fumo si scioglie il labirinto.
Così distrutto quello incanto vago, mi sovviene il ricordo di un palazzo dove ciascuno insegue invano un vano oggetto, l’ombra del proprio desiderio.
E. V.

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Il supermercato

Talmente bello è il supermercato che tutti facciamo il possibile per andarci ogni giorno.
Spingendo con una mano il carrello e tenendo con l’altra la guida degli sconti, entro con deferenza nella prima sala, dove sono esposte le opere più moderne. Sculture di plastica, di varie dimensioni, occupano gli scaffali: ogni flacone contiene all’interno un liquido di un colore diverso, in prepotenti tonalità fluo, e all’esterno porta un’etichetta che informa sul nome dell’autore. Accanto ad ogni originale c’è una sua riproduzione, ma poiché ho studiato colgo subito il sottinteso ironico della ripetizione in serie. Soddisfatta della mia cultura, passo alla sala d’arte antica: tutte le opere qui conservate suscitano in me un vivo interesse, dalle collezioni dei formaggi, alle esibizioni dei salumi, alle raccolte di agnolotti. Leggo sulla targhetta la datazione di una mozzarella e, curiosa, mi informo sulla tecnica di stesura di una zuppa di verdure, quando un brontolio mi avverte che ho fame. Mi dirigo allora nella mia sala preferita, il “Dolce informale”, dove si trovano i capolavori dell’arte di consumo. Ebbra di contemplazione, vago come ipnotizzata tra le confezioni di cornetti e le scatole di cereali. Caramelle, torte, muffin e ciambelle; smarrita mi guardo intorno, perché tutto vorrei comprare e tutto vorrei mangiare, ma per fortuna l’insorgente crisi isterica è sventata dall’improvvisa visione di una nuova creazione. Un signore, il busto inarcato in deforme torsione, affonda la testa nella vasca dei surgelati; chiaro esempio di statua vivente, il Fenicottero a pesca esprime forse la ricerca disperata dell’uomo moderno dopo la morte di Dio, costretto a cercare un senso nelle basse regioni degli inferi.

 

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La mia interpretazione mi sembra tutto sommato convincente; contenta d’aver compreso finalmente l’arte concettuale, rifletto sull’importanza delle discipline umanistiche nella vita sociale, e penso che in una bella giornata di sole come questa nulla c’è di meglio al mondo che gironzolare tra i banchi del pesce. Di punto in bianco sento un trambusto provenire dall’aerea “Precotto astratto”; con interesse mi avvicino e vedo una folla che si accalca intorno ad un celebre esponente della culinary art. In piedi sul bancone, l’artista va descrivendo le sue ultime meraviglie: gamberetti in crema di rafano adagiati su un letto di germogli di lattuga; coscia di anatra allo zenzero con spiedini di kumquat ai profumi d’oriente; raviolo di fragole con spennellata di salsa tzatziki. Saranno i germogli o lo tzatziki, ma all’improvviso accade che mi viene da ridere. In gran fretta mi allontano e prima che possa rendermene conto finisco nella sala “Mutamenti surrealisti”. Ahimè! Un pollo su pattini rosa spinge una vecchietta su un carrello, mentre una trota col bavaglino insegue saltellando delle polpette di zucchine. È troppo per me; di corsa mi dirigo verso l’uscita, aggirando un’alleanza femminile che, guida degli sconti in mano, protesta a gran voce contro la violazione dei diritti. Trovo l’umile cassiera in un bagno di sudore; raspando con difficoltà nel forziere, cerca invano di sollevare ramate monetine che, immancabilmente, le scivolano giù dagli artigli. Mi rammento allora di un mutilato conosciuto ai piedi di una chiesa; apprezzo l’idea di un’arte povera interattiva e, arrivata di fronte alla pozza di sudore, lascio cadere anch’io, giovane mecenate, uno spicciolo tra i moncherini.
E. V.

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Le Poste Italiane

Sospese tra la vita e la morte, incerte presenze umane popolano le terrificanti Poste Italiane.
Non
 ho neanche finito di chiudere la porta che subito vengo investita dal puzzo di cadavere. Con un balzo scavalco un corpo in decomposizione e un po’ sperduta mi guardo intorno; un volto marchiato da occhiaie nere capisce il mio disagio e, con una voce che già proviene dall’oltretomba, mi parla di un mostruoso dispositivo sputa-foglietti. Vedo il marchingegno in fondo alla sala, ma resti di scheletri rendono arduo il cammino; bianca dal voltastomaco procedo tuttavia, tra sciami di mosche e colonie di vermi, e finalmente giungo all’apparecchio, ma ahimè! Non parole: graffi e morsi vi sono brutalmente incisi sopra.

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A questo del tutto impreparata, inizio a singhiozzare, quando un gentile lebbroso mi viene in soccorso e, spiegatigli i miei umili fabbisogni, mi indica quale segno animalesco selezionare. Resa audace dalla vittoria, alzo gli occhi sullo schermo, ma con angoscia vedo una serie infinita di turni precedere il mio. Un brusìo si diffonde nel lazzaretto, e parla di me, l’ultima arrivata, con il fatalismo e la compassione con cui si suole trattare una sentenza capitale. Infastidita, poiché ho ancora forte l’illusione di arrivare allo sportello, non mi muovo di un passo e continuo imperterrita a fissare lo schermo; ma presto i minuti diventano ore, e immobili restano i numeri sul visualizzatore. Alla mia sinistra un corpo femminile inizia a liquefarsi, emanando un fetore di plastica bruciata; a destra un uomo-quercia dà acqua alle gambe; un tisico spira bestemmiando il giallo tricolore. Per fortuna qualcuno muore prima che sia giunto il suo turno. Mentre affascinata esamino un raro caso di ibrido, cercando di capire dove finisca l’uomo e dove inizi il sedile, un bip richiama la mia attenzione e, con palpitante meraviglia, vedo che finalmente è uscito il mio numero. Rallegrata, passo ora volando sul tappeto di cadaveri e sorridendo mi presento allo sportello, ma ahimè!!! Gli impiegati, purtroppo, non parlano nessuna lingua, e comunicano con i clienti tramite gesti selvaggi e gutturali versi. Sbigottita, ben presto mi rendo conto che il linguaggio gestuale ha un grosso limite: non possiede, infatti, i tempi dei verbi, avendo, povera me, soltanto il presente. Sconvolta da tanta ignoranza, deliberato oltraggio dopo sì lunga attesa, decido di ribellarmi all’ingiusto sistema. Volto le spalle allo sportello e con eloquenti parole accendo negli animi il fuoco della rivoluzione; sradico con violenza l’uomo-quercia da terra e, tra i nitriti di terrore emessi dagli impiegati, ordino all’ibrido la barbara distruzione dello sputa-foglietti. Chiamo a raccolta poi le mosche e i vermi e scuoto con impazienza i morti dal pavimento; alta la sciarpa, rosso vessillo, capeggio la ressa ed esorto a gran voce gli zombie alla guerra.
E. V.

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Il medico di base

Tutti, ahimè, prima o poi finiscono dal medico di base.
Con indosso
 un maglione in piena estate, battendo i denti e frizionando le mani, suono il citofono e attendo controvoglia l’apertura del portone. Pensando che almeno non ci vorrà molto tempo, salgo le scale tra sbuffi e starnuti, ma quale stupore mi colpisce quando, ormai pure asmatica e tachicardica, entro con affanno all’interno dello studio. Invece del silente deserto mortuario che, in verità, mi aspettavo, trovo infatti l’allegra spensieratezza di un centro ricreativo. Una folla di anziani occupa la sala, ridono e schiamazzano, e tutti si chiamano per nome. Si respira insomma un’aria di vacanza, in un’assenza nondimeno di stagioni. Chi legge il giornale; chi fa l’uncinetto; chi risolve cruciverba; chi gioca a carte; c’è anche chi, con previdenza, organizza un rustico desinare.

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Mentre confusa mi guardo intorno, mi avvicino ad un signore per chiedere informazioni, ma vedo che è impegnato in un certosino lavoro di pulizia dentale. Non volendo disturbare tanta concentrazione, mi giro da un’altra parte, ma ecco che un senile braccio mi afferra e con forza erculea mi costringe a sedere. Una dolce vecchietta mi guarda sorridendo e mi chiede se sia nuova, perché non mi ha mai vista, ma prima che io possa aprire bocca, tira fuori il rosario da una tasca e, commossa, inizia il racconto delle sue disgrazie. Sono appena arrivata alla strage dei nipotini, quando nel discorso si intromette il signor dente che, variando di genere, dà il via ad incredibili avventure ospedaliere. C’era una volta un morbo di nome Parkinson; con sputi e parole descrive un mondo incantato, in cui la passeggiata da urina notturna ha le difficoltà del Cammino di Santiago e la visione degli operai al lavoro la forza estatica di una rivelazione. Patologie talmente numerose mi fanno stupire che sia ancora vivo e domandargli perché non si sia già ammazzato; ma lento in cerchio oramai deambula, né può rispondere più: a testa bassa, le mani dietro la schiena, va ripetendo da capo le stesse parole. In breve io e il signor dente veniamo accerchiati: un’attempata ressa si accalca, ora per sentire, ora per polemizzare, ora per introdurre i propri sciagurati casi. In una babele di dialetti si parlano l’uno sull’altro e ne viene fuori una bizzarra melodia, stranamente unisona, che parla di malattie, decessi e strabilianti peripezie. Streghe, mi pare, elogiano prodigiosi medicinali, o elencano i benefizi della cura termale; improvvisati chimici analizzano sballati valori; colleghi ingegneri scrutano lastre al sole. Mentre una nonna mi ficca in gola una merendina e un cadavere insiste a farmi auscultare i polmoni, d’un tratto entra nella sala zoppicando il dottore. Per anni il più grande, il gentile vecchietto si avvicina a tutti a stringere la mano; da uno afferrato, dall’altro sorretto, debole avanza tra ovazioni ed applausi. Pensando con sollievo che finalmente avranno inizio le visite, faccio per scrivere il mio nome sulla lista dei pazienti, ma mi accorgo con orrore che sul foglietto c’è un solo nome: quello del dottore.
E. V.

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